Dipinti "Dalla paura alla speranza"

Nell’Oratorio San Filippo Neri (Via Lomellini) di Genova è allestita la mostra “Dipinti dalla paura alla speranza”, una raccolta di opere pittoriche del Maestro Giorgio Oikonomoy.
L’esposizione, realizzata in collaborazione con l’Arcidiocesi di Genova nell’Anno del Giubileo “Pellegrini di speranza”, espone opere che affrontano in gran parte temi critici del mondo contemporaneo.
La mostra costituisce un importante contributo alla vita spirituale e culturale di Genova in occasione dell’Anno Santo.

Le opere scelte per l’esposizione affrontano temi attuali del mondo di oggi, dalla violenza sulle donne alla guerra alla crisi migratoria e permettono ai visitatori di accostarsi all’aspetto forse meno conosciuto dell’opera di Oikonomoy

 

Tutte le opere

Veduta di Genova, 1

Parte da Genova, cha ha ispirato per anni lo stile espressivo di Oikonomoy, il messaggio di speranza in occasione del Giubileo 2025. Gli artisti e le persone di cultura sono chiamati a testimoniare l'emozione, questa volta non è solo la loro missione, ma va associata alla ricerca della verità, dell'empatia e delle bellezze nascoste nelle pieghe della storia.

olio a spatola su tela cm 170 x 200

Veduta di Genova, 2

Parte da Genova, cha ha ispirato per anni lo stile espressivo di Oikonomoy, il messaggio di speranza in occasione del Giubileo 2025. Per pensare alla nostra vita, anche nell'arte dobbiamo sforzarci a dare voce a chi non ha voce, cercando di trasformare il dolore in speranza.

olio a spatola su tela cm 180 x 200

La certezza della fede

Dal sacrificio per l'umanità, la disperazione e il dolore, con la speranza data dalla Fede, qui rappresentata dalla tessera in oro nel vuoto dell'abbandono. L'intenzione dell'artista è aiutare l'umanità a non perdere la direzione, a non smarrire l'orizzonte della vera speranza.

olio su tela cm 130 x 130

La ricerca della speranza

Dalla cultura filosofica del mondo antico, la speranza di un mondo nuovo. Una delle missioni dell'arte è rivelare quella grandezza nascosta, farla percepire ai nostri occhi e ai nostri cuori.

olio su tela cm 130 x 130

Quello che abbandona la risacca

Le speranze spezzate offendono la nostra cultura, base dell'umanesimo. qui raffigurata dalla testa disperata dell'Apollo abbandonata sulla spiaggia. 
Anche attraverso l'arte, si può comprendere come la comunicazione pittorica debba chinarsi sulle ferite del mondo, ascoltando il grido dei sofferenti, dei feriti, dei rifugiati.

olio su tela cm 160 x 150

La dignità al femminile

La dignitosa ricerca della speranza. Le donne nella società sono fondamentali per costruire dignità e speranza., per creare spazi di incontro e dialogo, illuminare le menti e scaldare i cuori. 

olio su tela cm 130 x 130

La nascita del cristianesimo

Dall'editto di Costantino ai giorni nostri, per un Cristianesimo che aspira alla speranza verso il futuro. Nella ricorrenza del Primo Grande Concilio Ecumenico di Nicea del 25 maggio 325, è bene ricordare l'invito a tutte le Chiese e Comunità Ecclesiali a procedere unite per un mondo migliore.

olio su tela cm 130 x 130

Rinascita

Dalla Cattedrale di San Lorenzo a Genova, l'Arcangelo Gabriele elimina il Male e permette all'uomo di rinascere, nella consapevolezza della necessità di creare una convivenza pacifica e solidale. 

olio su tela cm 130 x 130

Requiem

Accompagnato da tonalità struggenti, un lungo velo pietoso sfiora le vittime, trasportando la richiesta della madre di fermare la guerra e continua verso l'infinito, lasciando senza risposta la domanda del giovane: "Perchè tutto questo?"

Il primo segno di speranza si traduca in PACE per il mondo, che ancora una volta si trova immerso nella trafedia della guerra.

olio su tela cm 180 x 200

L'inganno di Teseo

Evidentemente Teseo non ha eliminato il Minotauro!
La prepotenza distruttiva del Male continua la sua evoluzione fino ai giorni nostri, portando tragedia, dolore, avvilimento, sotto all'indifferenza della Musa, con il filosofo che sussurra all'istinto di sperare.

Tutti noi abbiamo la necessità di sostenere e promuovere un'alleanza sociale per la speranza, che sia inclusiva e non ideologica e lavori per un avvenire segnato dal sorriso...non dal pianto!

olio su tela cm 180 x 200

Aggressività

La paura del vivere quotidiano, nella costrizione di subire la prepotenza, la violenza, la morte, con unica speranza lo spiraglio di una luce fuori dalla finestra, per una fuga verso una vita dignitosa. La ricerca della vera arte non è mai comoda, cerca la pace nell'inquietudine, perchè la speranza non sia illusione ma realtà e la bellezza non sia un'utopia.

olio su tela cm 120 x 180

Corresponsabilità

Dal mare blu, l'urlo disperato di aiuto verso il cielo per poter almeno rivedere i propri affetti, la moglie, la madre, i figli, indicando con veemenza i corresponsabili. E' proprio l'urlo di chi soffre l'esclusione, l'abbandono e l'indifferenza di tanti, che deve raggiungere il cuore di chi è in grado di risolvere la situazioni drammatiche, rispondendo con azioni concrete.

olio su tela cm 150 x 130

Finalmente

Straziato dalla voracità bestiale della prepotenza, il povero corpo cosi abbandonato fluttua verso un mondo sognato, accompagnato dalla tonalità del rosso fiorito del salvagente. Piange il filosofo di fronte a un delitto cosi grave, piange la madre con dignità, nel silenzio del proprio dolore. Il cammino giubilare ci ricorda il diritto di coloro che hanno cercato rifugio, afferrandosi tenacemente alla speranza di vivere.

olio su tela cm 130 x 150

Il fiore rosso del futuro

L'ipocrisia nel celebrare con fastosità la vittoria segna la nostra storia, anche se pochi riflettono che dietro ogni vittoria c'è un popolo vinto, con l'inevitabile conseguenza di morte, disperazione, negazione del futuro. Due teste protogone sullo sfondo simboleggiano l'origine di questa tragica abitudine. A fronte di tale follia un uomo avvilito riflette sui ricordi, senza futuro, davanti a lui una ragazza come lui a piedi nudi, rispettosamente porge un fiore rosso, unica tonalità cromatica viva nella desolazione del dipinto, dicendo "Non disperarti, ci siamo noi, la nuova generazione". I giovani sono il nostro futuro, non possiamo deluderli: sul loro entusiasmo si fonda la speranza nell'avvenire.

olio su tela cm 130 x 130

La presa di coscienza

La violenza sulle donne offende prima che la loro dignità, la dignità dell'uomo, propagando con l'indifferenza la prepotenza cosi fatta alle prossime generazioni. I tre visi di donna, reperti archeologici, con straordinaria dignità esprimono il loro pathos a fronte dell'aggressività incontrollata del leone, l'uomo attonito prende coscienza del proprio errore, il filo rosso della sofferenza avvolge anche lui. Papa Francesco: "Ogni violenza inferta alla donna è una profanazione di Dio, nato da donna. Dal corpo di una donna è arrivata la salvezza per l'umanità..."   

olio su tela cm 150 x 120

La caduta del tiranno

L'emancipazione arricchisce la donna e di fatto inibisce la prepotenza del tiranno, permettendole di innalzarsi e di spaziare con appresso il suo patrimonio di dignità. Può essere un esempio la forza di Giuditta, nell'Antico Testamento, che con coraggio e determinazione convinse gli uomini e il popolo a ritrovare la vera fiducia in Dio.  

olio su tela cm 130 x 130

Luci dorate

Guerra-Tragedia: Cosa rimane dopo? Una distesa infinita di lumini dorati che urlano nella notte: "Mai più guerra". Contro le guerre occorre il coraggio di costruire la pace. 

olio su tela cm 120 x 100

Sotto l'ombra fiorita

Tra i fiori dell'albero di datura, il caldo sole riveste di speranza. Papa Francesco: "L'amore è il motore che fa andare avanti la nostra speranza", perchè credere nell'amore è credre nella vita.

olio su tela cm 100 x 100

Respiro nella libertà

Pensare, sognare, amare sospesi nella libertà dello spazio infinito

matita acquarellata cm 70 x 50

Dalla nostra cultura verso il futuro

Scrutando il futuro, con le radici nel nostro patrimonio culturale - fondamento dell'umanesimo - con il pensiero della pace.

matita acquarellata cm 70 x 50

Lettera dell'Arcivescovo di Genova Monsignor Marco Tasca

Pace e bene!

Pellegrini di Speranza è il titolo scelto dal Santo Padre per questo Anno Giubilare.

Siamo pellegrini in un mondo spesso avvinto da logiche di potere, violenza, egoismo che generano inevitabilmente paura e angoscia. Ma il nostro cammino non è come quello di una barca alla deriva, spersa in balìa della tempesta. La nostra vita poggia sull’ancora sicura della speranza che, lungi dall’essere banale ottimismo, corrisponde alla certezza del senso pieno della vita, come dono di Dio.

Anche nella mostra del Maestro Olkonomy, che ringrazio con i suoi collaboratori e con quanti ne hanno permesso la realizzazione, siamo invitati a compiere questo cammino Dalla paura alla speranza per fare ancora una volta esperienza della bellezza della vita e della piena luce che solo Gesù Cristo ad essa può dare.

Ci accompagni in questo bel percorso l’intercessione di Maria Santissima, Madre di Speranza.

Saggio di Padre Mauro De Gioia, Coordinatore Ufficio Cultura Curia Arcivescovile di Genova - Oratorio San Filippo Neri

Il Giubileo 2025 tra storia e spiritualità

Alla fine del Duecento le correnti di spiritualità che attraversano l’Occidente cristiano trovano uno sbocco inaspettato. Le crociate avevano incanalato a partire dalla fine dell’XI secolo nel “pellegrinaggio armato” in Terrasanta le energie di un mondo giovane e con esse anche l’ansia di rinnovamento ed espiazione dei propri peccati.

Il desiderio di ottenere attraverso l’indulgenza la cancellazione anche dell’impronta, che il peccato lascia dopo essere stato rimesso nella penitenza, cresce nel popolo cristiano.

San Francesco aveva ottenuto questo dono, davvero inaudito, per la Porziuncola. Celestino V nel 1296 aveva concesso la grande Perdonanza per la chiesa di Collemaggio a L’Aquila.

Alla vigilia del 1300 si inizia a sparger la voce che «ogni centesimo d’anni dalla natività di Cristo, il Papa ch’era in quei tempi, facea grande indulgenza». Così nella sua Cronica Giovanni Villani testimonia il moto spontaneo dal basso, il sentimento fervente del popolo cristiano che porta le folle ad affluire nell’Urbe per visitare le tombe degli Apostoli Pietro e Paolo.

Bisogna dare atto a Bonifacio VIII di grande serietà nell’affrontare la questione. Fece fare ricerche in archivio per verificare se la voce avesse fondamento. Non si ritrovò traccia di precedenti, se non la testimonianza di un uomo vecchissimo – aveva oramai 107 anni – e che affermò di avervi partecipato col padre nel 1200. A questa testimonianza non furono e non sono stati ritrovati in seguito altri riscontri, ma riconoscendo la sensatezza della richiesta e interpretando «i segni dei tempi» il Papa decise di concedere comunque l’agognata indulgenza.

Significativamente la bolla Antiquorum habet fida relatio venne emanata il 22 febbraio del 1300 quando i pellegrini avevano già iniziato ad accorrere.

Forse attraverso le parole sempre del Villani, che vi partecipò, possiamo essere aiutati a percepire l’eco immensa che l’evento ebbe per il mondo contemporaneo: «Gran parte de’ cristiani che allora viveano, faciono il detto pellegrinaggio, così femmine come uomini, di lontani e diversi paesi, e di lungi e d’appresso. E fu la più mirabile cosa che mai si vedesse».

Non è forse casuale che Dante, giunto a Roma proprio nel 1300 e testimone dell’afflusso di pellegrini così numerosi da dover regolarne il traffico su ponte Sant’Angelo (Inferno, canto XVIII), intraprenda il suo viaggio ultraterreno proprio nella Pasqua di quell’anno: forse anche a quel primo Giubileo siamo debitori di uno dei massimi monumenti della letteratura mondiale.

Il primo Giubileo cristiano segna un’epoca e da allora la celebrazione dell’Anno Santo a intervalli regolari – ogni 25 anni a partire dal 1450 – è divenuta una tappa fondamentale nella vita della Chiesa fino ad oggi. Solo gravissimi eventi hanno portato alla sua sospensione durante l’Ottocento.

Oltre alla celebrazione degli Anni Santi ordinari i Romani Pontefici hanno più volte indetto dei Giubilei straordinari per celebrare particolari eventi significativi per la chiesa o per porre l’accento su temi sui quali ritenevano dover concentrare l’attenzione dei fedeli.

Nel 1933 Pio XI indisse l’Anno Santo nel millenovecentesimo anniversario della Redenzione. San Giovanni Paolo II cinquant’anni dopo, nel 1983, indisse nuovamente un Giubileo sempre a commemorazione della morte e resurrezione di Gesù.

Papa Francesco ha voluto nel 2015 celebrare il Giubileo Straordinario della Misericordia: in quell’occasione aprì per la prima volta una “Porta santa” in Africa, a Bangui, durante il suo viaggio apostolico, quale segno dell’universalità del messaggio.

Facilmente si comprende come i giubilei siano eventi di straordinario impatto nella vita della chiesa e dell’umanità intera.

Innanzitutto per l’entità delle folle che vengono coinvolte e che convergono verso Roma. Se migliaia di pellegrini erano numeri eccezionali nei tempi antichi, dove la stragrande maggioranza compiva il suo viaggio a piedi – il Villani parlava di oltre duecentomila pellegrini nel giubileo del Trecento e la riteneva cifra straordinaria – con i tempi moderni e l’evolversi delle comunicazioni ormai sono milioni le persone che vengono coinvolte.

L’Anno Santo del 1950 vide oltre due milioni e mezzo di pellegrini: una cifra enorme per il mondo appena uscito dalle tragedie della seconda guerra mondiale e che richiese uno sforzo immane nell’organizzazione di accoglienza, per predisporre i mezzi di trasporto e posti di ricezione. Il numero di pellegrini si è decuplicato in occasione del Giubileo dell’Anno 2000: almeno 25 milioni di presenze – alcune fonti ne calcolano oltre trenta; numeri analoghi si prevedono per l’attuale Anno Santo.

Queste cifre ci manifestano come la dimensione religiosa, che specialmente negli anni più recenti è improntata a maggior individualismo e in qualche modo si è “privatizzata”, in occasione dei giubilei si esprime in grandi manifestazioni di popolo: le celebrazioni papali, le udienze, le visite comunitarie alle basiliche fanno prendere atto ai partecipanti che non sono soli, e col mettere insieme persone di «ogni tribù, lingua, popolo e nazione» (Apocalisse, 5,9) si può gustare in modo tangibile la “cattolicità”, cioè l’universalità della Chiesa.

L’esperienza vissuta segna i pellegrini, soprattutto i più giovani, e rimane ricordo indelebile e punto di svolta nella vita di molti.

Anche per questa dimensione di massa, i giubilei sono sempre stati segnati dal moltiplicarsi di iniziative concrete di carità e di assistenza. L’esercizio della misericordia corporale viene sintetizzata nell’opera di Peregrinos hospitio accipere (“Ospitare i pellegrini”) ed è stata nei secoli e continua a essere non solo una necessità sotto l’aspetto organizzativo: poiché Cristo non può essere amato senza che lo si ricerchi, lo si ami e lo si serva nel fratello bisognoso, i giubilei, occasioni di conversione, hanno generato e generano molteplici opere di carità e spesso quelle intraprese in occasione di queste celebrazioni lasciano frutti permanenti.

San Giovanni Paolo II in occasione dell’Anno Santo del 2000 ricordò al proposito «la figura di san Filippo Neri che, in occasione del Giubileo del 1550, diede inizio alla carità romana, fondando la Confraternita della Trinità dei Pellegrini, realtà tuttora esistente e operante».

Anche le chiese locali si attivano a lasciare un segno tangibile della celebrazione giubilare a favore dei poveri: e così è avvenuto e avverrà ancora una volta anche a Genova.

Questo agire nella carità esprime le radici bibliche dell’evento: l’Antico Testamento, parlandoci del Giubileo ebraico, ci ricorda che era «era un tempo di riscatto e di rinascita, scandito da alcune scelte dal forte carattere simbolico».

Papa Francesco continua affermando che i gesti che lo caratterizzavano «anche oggi sono di una disarmante attualità: il riposo dalla coltivazione della terra, per ricordare che nessuno la possiede e può sfruttarla, perché essa appartiene a Dio e da Lui ci viene offerta come dono da custodire; la remissione dei debiti, che mirava a ristabilire ciclicamente una giustizia sociale contro le disuguaglianze; la liberazione degli schiavi, per coltivare il sogno di una comunità umana priva di prevaricazioni e discriminazioni».

Sempre Francesco nella bolla di indizione del presente Anno Santo parla poi del tempo del pellegrinaggio come occasione per la «contemplazione del creato e delle opere d’arte». La dimensione culturale e artistica ha infatti accompagnato nei secoli le celebrazioni giubilari: l’impianto urbanistico della Roma rinascimentale e barocca è stato fortemente pensato in ordine al flusso dei pellegrini ad limina Apostolorum e tanti abbellimenti delle chiese romane e tante opere pittoriche che le arricchiscono sono frutto diretto o indiretto di queste celebrazioni.

L’iniziativa di presentare le recenti opere del maestro Giorgio Oikonomoy si inserisce perfettamente nelle dinamiche esposte.

L’attenzione che egli presta nelle sue opere agli aspetti drammatici della contemporaneità richiama la dimensione sociale dei giubilei, e ci aiuta a evitare che l’esperienza spirituale che vivremo in questo Anno Santo si esaurisca in un moto auto-consolatorio.

Questo atteggiamento sarebbe estraneo alla più autentica spiritualità cristiana, e in ultima analisi anche illusorio e deludente, perché finirebbe con l’esaurirsi insieme con il moto sentimentale che lo aveva generato.

Il richiamo discreto ma costante delle opere di Oikonomoy a una dimensione trascendente evita al contempo che i temi affrontati – violenza, guerra, immigrazione, povertà – si riducano a una forma di denuncia sociale, che pur meritoria difficilmente raggiungerebbe le altezze dell’arte. La sola denuncia non sazia comunque il cuore dell’uomo: la trascendenza non è una fuga ma l’unica prospettiva nella quale la drammaticità dell’esistenza non ci opprime apparendoci ineluttabile e senza redenzione. È solo nell’apertura a una visione trascendente che possiamo trovare efficaci forme di azione nella nostra realtà terrena.

Il riferimento costante alla classicità ellenica e romana e all’arte cristiana ci illumina infine chiaramente sulla visione dell’autore. Questo però avviene in maniera non predicatoria ma allusiva e simbolica, permettendo sia ai credenti che ai non credenti di lasciarsi toccare dal tema della speranza, anzi di farsi «pellegrini di speranza», come auspicato da Papa Francesco nella bolla di indizione di questo Anno Santo Ordinario 2025 «Tutti sperano. Nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene, pur non sapendo che cosa il domani porterà con sé». L’imprevedibilità del futuro, tuttavia, fa sorgere sentimenti a volte contrapposti: dalla fiducia al timore, dalla serenità allo sconforto, dalla certezza al dubbio. Incontriamo spesso persone sfiduciate, che guardano all’avvenire con scetticismo e pessimismo, come se nulla potesse offrire loro felicità. Possa il Giubileo essere per tutti occasione di rianimare la speranza» (Spes non confundit).

Giacomo Tagliavini - Cavaliere dell'ufficio Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, delegazione di Genova

I valori non sono, semplicemente valgono.

Giorgio Oikonomoy ha un percorso artistico più che quarantennale con caratteristiche rappresentazioni sempre originali ed espressive, in un contesto emotivo e poetico.

Come non notare il legame alle sue origini elleniche, una forte predominante e un intenso rapporto con la classicità antica e la cultura greca.

Una prospettiva di classicità ben leggibile sulle sue tele, cariche di colori, ove è sempre presente il nero (colore tragico) e il rosso (colore violento) riportando espressioni da antichi reperti della sua terra ellenica.

Il legame fraterno che mi lega a Giorgio si basa sulla reciproca stima e fiducia, un reale rapporto disinteressato nel quale ognuno apprezza le doti dell’altro.

Grazie alle riflessioni interpretative di un Maestro greco, ho riscoperto il benessere che si prova quando un amico cerca di trasmetterti le emozioni e le sensazioni che lo hanno spinto a riempire una tela con immagini e colori.

Guardando i suoi quadri, si viene coinvolti dalla passionalità che sanno trasmettere, dalla sua grande capacità di emozionare cogliendo la luce e contemporaneamente il colore e la materia cromatica per ottenere espressione, fascino e bellezza.

La sensibilità è alla base del suo fare e con questa sensibilità ha impresso in queste sue nuove opere il dramma della nostra contemporaneità: guerra, fame, violenza, povertà, sofferenza trasformandolo in “pathos” e in poesia inducendo l'osservatore a prenderne coscienza dialogando con le tele.

Il suo lavoro accusa le criticità del nostro attuale momento storico-sociale, sempre non perdendo di vista la speranza di far emergere il bello e il “giusto” dalle nostre coscienze, coinvolgendo l’osservatore nella sua realtà, legando i fili in una matassa ingarbugliata... la nostra vita.

Opere con gesti veementi che necessitano l'incontro con un vasto pubblico per “urlare” il dolore e la speranza.

Non potevo rimanere indifferente a tanta forza comunicativa.

E come amico personale di Giorgio e collaboratore della Chiesa di Genova, con piacere ed entusiasmo ho accettato l'onere di coordinare le istanze e le condivisioni presso i responsabili della Cultura e dei Beni Culturali dell'Arcidiocesi di Genova, ottenendo la realizzazione dell'evento presso l'oratorio di San Filippo, gioiello del barocco genovese, secolare contenitore di intense aspettative spirituali.

Concludo, con un profondo augurio per l’attività artistica del Maestro, ben certo che le opere qui rappresentate si inseriscono, a pieno titolo, nell’insieme degli eventi proposti per questo Anno Giubilare, un percorso espositivo che può evocare un “cammino di speranza” come simbolo del viaggio della nostra vita.

Grazia Di Natale Galinta (Coordinatrice Ufficio Beni Culturali Curia Arcivescovile Genova) - Note intorno alla pittura di Oikonomoy

Chi invidia non conosce la meraviglia!

Il concetto espresso da Platone sul sentimento negativo dell’invidia è uno dei caposaldi che sorreggono il pensiero artistico di Giorgio Oikonomoy. Lo sguardo sulle sue opere non deve fermarsi alla prima occhiata, ma deve penetrare nel profondo, nella sostanza del suo pensiero che mai è superficiale e puramente estetico, ma sempre intriso di profondo pathos, di un sentimento che nelle sue ultime opere può apparire doloroso, ma che in realtà è sempre fiducioso e intriso di speranza.

Su Oikonomoy sono stati scritti molti saggi che si riferiscono alle tante esposizioni da lui tenute in Italia e nel mondo, scritti che ne attestano la fama e la particolare capacità pittorica, ma il suo percorso di artista dovrebbe forse essere tracciato lungo una linea temporale ed emotiva che lo vede crescere da giovane studente di architettura, e approdare verso un modo di concepire l’arte come espressione vera di sentimento colmo di emozioni diverse, di sensibilità raffinata che mai rimane indifferente alla drammaticità del tempo che sta vivendo.

Giunto a Genova dopo avere svolto gli studi classici e artistici ad Atene, è un giovane sconosciuto che deve confrontarsi con un mondo completamente diverso da quello di origine, in una città che in quegli anni aveva un’università frequentata da una piccola élite. Ma il principio di Platone governa i suoi primi approcci: l’invidia è tiranna e non conosce meraviglia! Così si immerge nello studio di questa città, visita musei e archivi che lo portano a comporre tesine sulle fontane storiche, ricostruire zone trasformate a livello urbanistico, iniziando così ad avere i primi successi, perché i suoi scritti vengono pubblicati sui quotidiani più letti. Sente la nostalgia del marmo bianco della scultura greca, ma rimane affascinato dal barocco genovese, un’arte così diversa da quella che fino ad allora aveva visto e vissuto: Genova gli “riempie l’anima” e sente forte il desiderio di raccontarla nelle sue tante sfaccettature, che analizza e apprezza. I paesaggi delle città, i suoi tetti grigi, il suo porto che si protende verso il mare rappresentano le prime opere realizzate.

“Ho dipinto per mezzo mondo, ma il punto di riferimento è sempre Genova, che ho portato sempre con me in tutti i posti dove sono stato, nelle mostre che ho realizzato, così che le sue immagini sono oggi in molte collezioni straniere! Ho parlato di Genova con Ministri di nazioni straniere, anche con il Dalai Lama”.

I tetti grigi, che lo hanno reso famoso, descrivono una città che in realtà gioca con i colori, crea dislivelli e avvolge con tonalità che mostrano la complessità del territorio e dei suoi abitanti. Nelle Vedute di Genova, e nelle tante tele, di diversi formati, che negli anni le hanno precedute, il grigio non è mai grigio: è la sua ombra, il suo contrario, la sua luce. La folta vegetazione che introduce la vista dei tetti caratterizza la città che non appare cupa e grigia, ma carica di sole e di luce, con i prospetti colorati dei palazzi. Si vede come l’ardesia sia “epidermide” della città, la pietra che identifica coloro che abitano e vivono queste case: donne e uomini riservati, lavoratori, ma gioiosi ed eleganti. Non è un caso che la forma del porto di Genova sia a forma di abbraccio: Oikonomoy riconosce in questo il tratto dei genovesi, che si fonda sull’atto di accogliere tutti, di dare loro una dimora, di non fare differenze tra varie etnie, perché l’ospitalità è sacra!
 

Il mio fare!

“La parola arte, come noi oggi la intendiamo non esiste nel greco antico: gli artisti erano “tecnici” capaci di realizzare opere di pregio nelle diverse manifatture. I nostri musei, le nostre chiese conservano opere che raccontano il tempo in cui sono state realizzate, i committenti e i fruitori che hanno potuto gioire e commuoversi davanti ad esse”.

La “buona arte” per Oikonomoy deve essere utile: nel Medioevo l’artista doveva comporre con lo scopo di insegnare a coloro che non sapevano leggere e scrivere, e le immagini conducevano alla conoscenza. Nella Rinascita, Oikonomoy esprime questo sentimento: al centro dipinge l’immagine con il Cristo benedicente, che si trova nella lunetta del portale della cattedrale di San Lorenzo, un segno che guidava i fedeli del XIII secolo verso la visione del Cristo in gloria, seduto sulla Gerusalemme celeste, circondato dal Tetramorfo. La rinascita è segnata dalla sconfitta del male che l’Arcangelo Michele imprime uccidendo Satana, immagine ripresa dalla tela di Gregorio De Ferrari, conservata nella Basilica di santa Maria delle Vigne, e dal corpo atletico dell’uomo che cromaticamente spicca dallo sfondo chiaro per uscire alla tela verso lo spettatore. La speranza della fede è un piccolo tassello di mosaico dorato posto isolato, un segno di luce che si esprime con una materia preziosa, perché tale è la Speranza!

Anche La certezza della Fede riprende l’immagine da un portale di una chiesa medievale per raffigurare il sacrificio di Cristo: il Crocifisso è inserito tra le gambe del Padre, così come accanto è deposto tra le gambe della Madre, un simbolo di rinascita, perché morendo sulla croce Gesù dona la remissione dei peccati e quindi la salvezza dell’anima. Una donna disperata, contornata dal colore rosso, guarda il corpo morto di Gesù, ripreso dalle Pietà Vaticana e Bandini di Michelangelo. Riprendere, richiamare l’arte dei grandi maestri del Cinquecento e del Seicento, non è un gesto di “sudditanza”: a Michelangelo, Raffaello, solo per citare i più grandi, si chiedeva di eseguire e svolgere un tema scelto dai papi, dai grandi signori del tempo, ma Oikonomoy coglie l’esempio di questa arte, per lui ispirazione, raccontando il suo sentimento, la sua emozione, la sua sensibilità. L’antico è elaborato in una nuova prospettiva per dare al contemporaneo una lettura rinnovata e attuale, così che lo spettatore abbia la possibilità di elaborare il sentimento che l’artista ha voluto esprimere: è come gettare un sassolino nel lago, che allarga la sua esperienza, il suo modo di leggere e vedere la realtà per diffonderla a chi si avvicina ai suoi dipinti, e lasciare poi in loro una emozione profonda, una impressione positiva, un pensiero.

Nei dipinti di grande formato eseguiti negli anni più recenti, Oikonomoy affronta la tragicità del momento storico in cui viviamo, mettendo in risalto lo scoraggiamento umano davanti alla negatività delle guerre, ma anche la speranza che le giovani generazioni possono alimentare per portare a nuove modalità di vita. È il caso del dipinto Il fiore rosso del futuro, dove due teste ataviche poste nel centro, un toro, un viandante, due donne con lo sguardo rivolto verso l’alto e un personaggio anonimo seduto sono dipinte con colore grigio terroso; in questa composizione quasi monocroma, una piccola bambina composta, in primo piano, guarda l’uomo seduto, sfiduciato, e porta in mano un fiore rosso, per donarlo a lui e dargli così speranza, che come papa Francesco scrive nella sua bolla di indizione del Giubileo, non delude e non abbandona.

Il dolore provato dopo la strage di Cutro lo porta a comporre Quello che abbandona la risacca dove il mare rosso di sangue porta commozione anche al divino Apollo. L’inganno di Teseo raccoglie le diverse età dell’uomo: l’essere soldato con incedere veloce verso lo spettatore, con la testa di Minotauro, e quindi legato sempre al mito antico, ma anche un anziano che si regge la testa, ma che può essere consolato dalla filosofia, il mito classico di Marte, dio della guerra con il leone stiloforo rosso che riprende la scultura antelamica posta ai lati della facciata della cattedrale di San Lorenzo. La speranza non deve abbandonare l’uomo e quindi l’immagine del manichino verde attonito davanti alle tante negatività della storia deve condurre alla consapevolezza fiduciosa che la donna come figlia, madre, moglie porta avanti, supplicando, affinché le guerre finiscano.

L’arte di Oikonomoy ha sempre riguardo per il ruolo che le donne esercitano nella società: La presa di coscienza è un grido d’amore verso la dignità femminile, raffigurata nelle teste di divinità greche di una bellezza inconfondibile. Davanti a loro un leone che ruggisce circondato da un filo rosso, drammatico, che sembra difenderle, proteggerle, metterle in guardia. Ancora l’arte classica si ritrova ne La caduta del tiranno dove il volto statuario della dea abbatte il tiranno per aprire la vita verso una nuova consuetudine, mostrata nel delicato saper fare della fanciulla seduta sul toro, in secondo piano.

Una pittura quindi che percorre i sentimenti, analizza gli stati d’animo, rispetta il mondo che lo circonda, condanna le guerre e i maltrattamenti; sente viva la necessità di trasmettere messaggi positivi e vuole condurre lo spettatore a una visione positiva, onesta, equilibrata.

Oikonomy, da artista contemporaneo, profondamente inserito nel suo tempo, ha la chiara coscienza che il suo compito è quello di inviare messaggi, che saranno poi raccolti ed elaborati, mettendo magari in crisi chi li analizza, ma che si spera possono risolversi in momenti di piena consapevolezza del proprio fare ed essere.

“Se io prendo un reperto, una lettera, io posso scrivere la parola amore, ha un senso! Ma con le stesse lettere posso scrivere la parola morte! Ma non voglio esprimere solo questo”
 

Grazia Di Natale Galinta
 

Ringrazio il Maestro Giorgio Oikonomoy per avermi concesso un incontro entusiasmante dal quale ho cercato di trarre queste note. Spero di non avere deluso il suo pensiero!

Ringrazio l’ingegnere Giacomo Tagliavini, che me lo ha fatto conoscere, e Padre Mauro De Gioia che mi ha coinvolta nel progetto per l’Oratorio di San Filippo.


 


 

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