Grazia Di Natale Galinta (Coordinatrice Ufficio Beni Culturali Curia Arcivescovile Genova) - Note intorno alla pittura di Oikonomoy
Chi invidia non conosce la meraviglia!
Il concetto espresso da Platone sul sentimento negativo dell’invidia è uno dei caposaldi che sorreggono il pensiero artistico di Giorgio Oikonomoy. Lo sguardo sulle sue opere non deve fermarsi alla prima occhiata, ma deve penetrare nel profondo, nella sostanza del suo pensiero che mai è superficiale e puramente estetico, ma sempre intriso di profondo pathos, di un sentimento che nelle sue ultime opere può apparire doloroso, ma che in realtà è sempre fiducioso e intriso di speranza.
Su Oikonomoy sono stati scritti molti saggi che si riferiscono alle tante esposizioni da lui tenute in Italia e nel mondo, scritti che ne attestano la fama e la particolare capacità pittorica, ma il suo percorso di artista dovrebbe forse essere tracciato lungo una linea temporale ed emotiva che lo vede crescere da giovane studente di architettura, e approdare verso un modo di concepire l’arte come espressione vera di sentimento colmo di emozioni diverse, di sensibilità raffinata che mai rimane indifferente alla drammaticità del tempo che sta vivendo.
Giunto a Genova dopo avere svolto gli studi classici e artistici ad Atene, è un giovane sconosciuto che deve confrontarsi con un mondo completamente diverso da quello di origine, in una città che in quegli anni aveva un’università frequentata da una piccola élite. Ma il principio di Platone governa i suoi primi approcci: l’invidia è tiranna e non conosce meraviglia! Così si immerge nello studio di questa città, visita musei e archivi che lo portano a comporre tesine sulle fontane storiche, ricostruire zone trasformate a livello urbanistico, iniziando così ad avere i primi successi, perché i suoi scritti vengono pubblicati sui quotidiani più letti. Sente la nostalgia del marmo bianco della scultura greca, ma rimane affascinato dal barocco genovese, un’arte così diversa da quella che fino ad allora aveva visto e vissuto: Genova gli “riempie l’anima” e sente forte il desiderio di raccontarla nelle sue tante sfaccettature, che analizza e apprezza. I paesaggi delle città, i suoi tetti grigi, il suo porto che si protende verso il mare rappresentano le prime opere realizzate.
“Ho dipinto per mezzo mondo, ma il punto di riferimento è sempre Genova, che ho portato sempre con me in tutti i posti dove sono stato, nelle mostre che ho realizzato, così che le sue immagini sono oggi in molte collezioni straniere! Ho parlato di Genova con Ministri di nazioni straniere, anche con il Dalai Lama”.
I tetti grigi, che lo hanno reso famoso, descrivono una città che in realtà gioca con i colori, crea dislivelli e avvolge con tonalità che mostrano la complessità del territorio e dei suoi abitanti. Nelle Vedute di Genova, e nelle tante tele, di diversi formati, che negli anni le hanno precedute, il grigio non è mai grigio: è la sua ombra, il suo contrario, la sua luce. La folta vegetazione che introduce la vista dei tetti caratterizza la città che non appare cupa e grigia, ma carica di sole e di luce, con i prospetti colorati dei palazzi. Si vede come l’ardesia sia “epidermide” della città, la pietra che identifica coloro che abitano e vivono queste case: donne e uomini riservati, lavoratori, ma gioiosi ed eleganti. Non è un caso che la forma del porto di Genova sia a forma di abbraccio: Oikonomoy riconosce in questo il tratto dei genovesi, che si fonda sull’atto di accogliere tutti, di dare loro una dimora, di non fare differenze tra varie etnie, perché l’ospitalità è sacra!
Il mio fare!
“La parola arte, come noi oggi la intendiamo non esiste nel greco antico: gli artisti erano “tecnici” capaci di realizzare opere di pregio nelle diverse manifatture. I nostri musei, le nostre chiese conservano opere che raccontano il tempo in cui sono state realizzate, i committenti e i fruitori che hanno potuto gioire e commuoversi davanti ad esse”.
La “buona arte” per Oikonomoy deve essere utile: nel Medioevo l’artista doveva comporre con lo scopo di insegnare a coloro che non sapevano leggere e scrivere, e le immagini conducevano alla conoscenza. Nella Rinascita, Oikonomoy esprime questo sentimento: al centro dipinge l’immagine con il Cristo benedicente, che si trova nella lunetta del portale della cattedrale di San Lorenzo, un segno che guidava i fedeli del XIII secolo verso la visione del Cristo in gloria, seduto sulla Gerusalemme celeste, circondato dal Tetramorfo. La rinascita è segnata dalla sconfitta del male che l’Arcangelo Michele imprime uccidendo Satana, immagine ripresa dalla tela di Gregorio De Ferrari, conservata nella Basilica di santa Maria delle Vigne, e dal corpo atletico dell’uomo che cromaticamente spicca dallo sfondo chiaro per uscire alla tela verso lo spettatore. La speranza della fede è un piccolo tassello di mosaico dorato posto isolato, un segno di luce che si esprime con una materia preziosa, perché tale è la Speranza!
Anche La certezza della Fede riprende l’immagine da un portale di una chiesa medievale per raffigurare il sacrificio di Cristo: il Crocifisso è inserito tra le gambe del Padre, così come accanto è deposto tra le gambe della Madre, un simbolo di rinascita, perché morendo sulla croce Gesù dona la remissione dei peccati e quindi la salvezza dell’anima. Una donna disperata, contornata dal colore rosso, guarda il corpo morto di Gesù, ripreso dalle Pietà Vaticana e Bandini di Michelangelo. Riprendere, richiamare l’arte dei grandi maestri del Cinquecento e del Seicento, non è un gesto di “sudditanza”: a Michelangelo, Raffaello, solo per citare i più grandi, si chiedeva di eseguire e svolgere un tema scelto dai papi, dai grandi signori del tempo, ma Oikonomoy coglie l’esempio di questa arte, per lui ispirazione, raccontando il suo sentimento, la sua emozione, la sua sensibilità. L’antico è elaborato in una nuova prospettiva per dare al contemporaneo una lettura rinnovata e attuale, così che lo spettatore abbia la possibilità di elaborare il sentimento che l’artista ha voluto esprimere: è come gettare un sassolino nel lago, che allarga la sua esperienza, il suo modo di leggere e vedere la realtà per diffonderla a chi si avvicina ai suoi dipinti, e lasciare poi in loro una emozione profonda, una impressione positiva, un pensiero.
Nei dipinti di grande formato eseguiti negli anni più recenti, Oikonomoy affronta la tragicità del momento storico in cui viviamo, mettendo in risalto lo scoraggiamento umano davanti alla negatività delle guerre, ma anche la speranza che le giovani generazioni possono alimentare per portare a nuove modalità di vita. È il caso del dipinto Il fiore rosso del futuro, dove due teste ataviche poste nel centro, un toro, un viandante, due donne con lo sguardo rivolto verso l’alto e un personaggio anonimo seduto sono dipinte con colore grigio terroso; in questa composizione quasi monocroma, una piccola bambina composta, in primo piano, guarda l’uomo seduto, sfiduciato, e porta in mano un fiore rosso, per donarlo a lui e dargli così speranza, che come papa Francesco scrive nella sua bolla di indizione del Giubileo, non delude e non abbandona.
Il dolore provato dopo la strage di Cutro lo porta a comporre Quello che abbandona la risacca dove il mare rosso di sangue porta commozione anche al divino Apollo. L’inganno di Teseo raccoglie le diverse età dell’uomo: l’essere soldato con incedere veloce verso lo spettatore, con la testa di Minotauro, e quindi legato sempre al mito antico, ma anche un anziano che si regge la testa, ma che può essere consolato dalla filosofia, il mito classico di Marte, dio della guerra con il leone stiloforo rosso che riprende la scultura antelamica posta ai lati della facciata della cattedrale di San Lorenzo. La speranza non deve abbandonare l’uomo e quindi l’immagine del manichino verde attonito davanti alle tante negatività della storia deve condurre alla consapevolezza fiduciosa che la donna come figlia, madre, moglie porta avanti, supplicando, affinché le guerre finiscano.
L’arte di Oikonomoy ha sempre riguardo per il ruolo che le donne esercitano nella società: La presa di coscienza è un grido d’amore verso la dignità femminile, raffigurata nelle teste di divinità greche di una bellezza inconfondibile. Davanti a loro un leone che ruggisce circondato da un filo rosso, drammatico, che sembra difenderle, proteggerle, metterle in guardia. Ancora l’arte classica si ritrova ne La caduta del tiranno dove il volto statuario della dea abbatte il tiranno per aprire la vita verso una nuova consuetudine, mostrata nel delicato saper fare della fanciulla seduta sul toro, in secondo piano.
Una pittura quindi che percorre i sentimenti, analizza gli stati d’animo, rispetta il mondo che lo circonda, condanna le guerre e i maltrattamenti; sente viva la necessità di trasmettere messaggi positivi e vuole condurre lo spettatore a una visione positiva, onesta, equilibrata.
Oikonomy, da artista contemporaneo, profondamente inserito nel suo tempo, ha la chiara coscienza che il suo compito è quello di inviare messaggi, che saranno poi raccolti ed elaborati, mettendo magari in crisi chi li analizza, ma che si spera possono risolversi in momenti di piena consapevolezza del proprio fare ed essere.
“Se io prendo un reperto, una lettera, io posso scrivere la parola amore, ha un senso! Ma con le stesse lettere posso scrivere la parola morte! Ma non voglio esprimere solo questo”
Grazia Di Natale Galinta
Ringrazio il Maestro Giorgio Oikonomoy per avermi concesso un incontro entusiasmante dal quale ho cercato di trarre queste note. Spero di non avere deluso il suo pensiero!
Ringrazio l’ingegnere Giacomo Tagliavini, che me lo ha fatto conoscere, e Padre Mauro De Gioia che mi ha coinvolta nel progetto per l’Oratorio di San Filippo.