Saggio di Padre Mauro De Gioia, Coordinatore Ufficio Cultura Curia Arcivescovile di Genova - Oratorio San Filippo Neri
Il Giubileo 2025 tra storia e spiritualità
Alla fine del Duecento le correnti di spiritualità che attraversano l’Occidente cristiano trovano uno sbocco inaspettato. Le crociate avevano incanalato a partire dalla fine dell’XI secolo nel “pellegrinaggio armato” in Terrasanta le energie di un mondo giovane e con esse anche l’ansia di rinnovamento ed espiazione dei propri peccati.
Il desiderio di ottenere attraverso l’indulgenza la cancellazione anche dell’impronta, che il peccato lascia dopo essere stato rimesso nella penitenza, cresce nel popolo cristiano.
San Francesco aveva ottenuto questo dono, davvero inaudito, per la Porziuncola. Celestino V nel 1296 aveva concesso la grande Perdonanza per la chiesa di Collemaggio a L’Aquila.
Alla vigilia del 1300 si inizia a sparger la voce che «ogni centesimo d’anni dalla natività di Cristo, il Papa ch’era in quei tempi, facea grande indulgenza». Così nella sua Cronica Giovanni Villani testimonia il moto spontaneo dal basso, il sentimento fervente del popolo cristiano che porta le folle ad affluire nell’Urbe per visitare le tombe degli Apostoli Pietro e Paolo.
Bisogna dare atto a Bonifacio VIII di grande serietà nell’affrontare la questione. Fece fare ricerche in archivio per verificare se la voce avesse fondamento. Non si ritrovò traccia di precedenti, se non la testimonianza di un uomo vecchissimo – aveva oramai 107 anni – e che affermò di avervi partecipato col padre nel 1200. A questa testimonianza non furono e non sono stati ritrovati in seguito altri riscontri, ma riconoscendo la sensatezza della richiesta e interpretando «i segni dei tempi» il Papa decise di concedere comunque l’agognata indulgenza.
Significativamente la bolla Antiquorum habet fida relatio venne emanata il 22 febbraio del 1300 quando i pellegrini avevano già iniziato ad accorrere.
Forse attraverso le parole sempre del Villani, che vi partecipò, possiamo essere aiutati a percepire l’eco immensa che l’evento ebbe per il mondo contemporaneo: «Gran parte de’ cristiani che allora viveano, faciono il detto pellegrinaggio, così femmine come uomini, di lontani e diversi paesi, e di lungi e d’appresso. E fu la più mirabile cosa che mai si vedesse».
Non è forse casuale che Dante, giunto a Roma proprio nel 1300 e testimone dell’afflusso di pellegrini così numerosi da dover regolarne il traffico su ponte Sant’Angelo (Inferno, canto XVIII), intraprenda il suo viaggio ultraterreno proprio nella Pasqua di quell’anno: forse anche a quel primo Giubileo siamo debitori di uno dei massimi monumenti della letteratura mondiale.
Il primo Giubileo cristiano segna un’epoca e da allora la celebrazione dell’Anno Santo a intervalli regolari – ogni 25 anni a partire dal 1450 – è divenuta una tappa fondamentale nella vita della Chiesa fino ad oggi. Solo gravissimi eventi hanno portato alla sua sospensione durante l’Ottocento.
Oltre alla celebrazione degli Anni Santi ordinari i Romani Pontefici hanno più volte indetto dei Giubilei straordinari per celebrare particolari eventi significativi per la chiesa o per porre l’accento su temi sui quali ritenevano dover concentrare l’attenzione dei fedeli.
Nel 1933 Pio XI indisse l’Anno Santo nel millenovecentesimo anniversario della Redenzione. San Giovanni Paolo II cinquant’anni dopo, nel 1983, indisse nuovamente un Giubileo sempre a commemorazione della morte e resurrezione di Gesù.
Papa Francesco ha voluto nel 2015 celebrare il Giubileo Straordinario della Misericordia: in quell’occasione aprì per la prima volta una “Porta santa” in Africa, a Bangui, durante il suo viaggio apostolico, quale segno dell’universalità del messaggio.
Facilmente si comprende come i giubilei siano eventi di straordinario impatto nella vita della chiesa e dell’umanità intera.
Innanzitutto per l’entità delle folle che vengono coinvolte e che convergono verso Roma. Se migliaia di pellegrini erano numeri eccezionali nei tempi antichi, dove la stragrande maggioranza compiva il suo viaggio a piedi – il Villani parlava di oltre duecentomila pellegrini nel giubileo del Trecento e la riteneva cifra straordinaria – con i tempi moderni e l’evolversi delle comunicazioni ormai sono milioni le persone che vengono coinvolte.
L’Anno Santo del 1950 vide oltre due milioni e mezzo di pellegrini: una cifra enorme per il mondo appena uscito dalle tragedie della seconda guerra mondiale e che richiese uno sforzo immane nell’organizzazione di accoglienza, per predisporre i mezzi di trasporto e posti di ricezione. Il numero di pellegrini si è decuplicato in occasione del Giubileo dell’Anno 2000: almeno 25 milioni di presenze – alcune fonti ne calcolano oltre trenta; numeri analoghi si prevedono per l’attuale Anno Santo.
Queste cifre ci manifestano come la dimensione religiosa, che specialmente negli anni più recenti è improntata a maggior individualismo e in qualche modo si è “privatizzata”, in occasione dei giubilei si esprime in grandi manifestazioni di popolo: le celebrazioni papali, le udienze, le visite comunitarie alle basiliche fanno prendere atto ai partecipanti che non sono soli, e col mettere insieme persone di «ogni tribù, lingua, popolo e nazione» (Apocalisse, 5,9) si può gustare in modo tangibile la “cattolicità”, cioè l’universalità della Chiesa.
L’esperienza vissuta segna i pellegrini, soprattutto i più giovani, e rimane ricordo indelebile e punto di svolta nella vita di molti.
Anche per questa dimensione di massa, i giubilei sono sempre stati segnati dal moltiplicarsi di iniziative concrete di carità e di assistenza. L’esercizio della misericordia corporale viene sintetizzata nell’opera di Peregrinos hospitio accipere (“Ospitare i pellegrini”) ed è stata nei secoli e continua a essere non solo una necessità sotto l’aspetto organizzativo: poiché Cristo non può essere amato senza che lo si ricerchi, lo si ami e lo si serva nel fratello bisognoso, i giubilei, occasioni di conversione, hanno generato e generano molteplici opere di carità e spesso quelle intraprese in occasione di queste celebrazioni lasciano frutti permanenti.
San Giovanni Paolo II in occasione dell’Anno Santo del 2000 ricordò al proposito «la figura di san Filippo Neri che, in occasione del Giubileo del 1550, diede inizio alla carità romana, fondando la Confraternita della Trinità dei Pellegrini, realtà tuttora esistente e operante».
Anche le chiese locali si attivano a lasciare un segno tangibile della celebrazione giubilare a favore dei poveri: e così è avvenuto e avverrà ancora una volta anche a Genova.
Questo agire nella carità esprime le radici bibliche dell’evento: l’Antico Testamento, parlandoci del Giubileo ebraico, ci ricorda che era «era un tempo di riscatto e di rinascita, scandito da alcune scelte dal forte carattere simbolico».
Papa Francesco continua affermando che i gesti che lo caratterizzavano «anche oggi sono di una disarmante attualità: il riposo dalla coltivazione della terra, per ricordare che nessuno la possiede e può sfruttarla, perché essa appartiene a Dio e da Lui ci viene offerta come dono da custodire; la remissione dei debiti, che mirava a ristabilire ciclicamente una giustizia sociale contro le disuguaglianze; la liberazione degli schiavi, per coltivare il sogno di una comunità umana priva di prevaricazioni e discriminazioni».
Sempre Francesco nella bolla di indizione del presente Anno Santo parla poi del tempo del pellegrinaggio come occasione per la «contemplazione del creato e delle opere d’arte». La dimensione culturale e artistica ha infatti accompagnato nei secoli le celebrazioni giubilari: l’impianto urbanistico della Roma rinascimentale e barocca è stato fortemente pensato in ordine al flusso dei pellegrini ad limina Apostolorum e tanti abbellimenti delle chiese romane e tante opere pittoriche che le arricchiscono sono frutto diretto o indiretto di queste celebrazioni.
L’iniziativa di presentare le recenti opere del maestro Giorgio Oikonomoy si inserisce perfettamente nelle dinamiche esposte.
L’attenzione che egli presta nelle sue opere agli aspetti drammatici della contemporaneità richiama la dimensione sociale dei giubilei, e ci aiuta a evitare che l’esperienza spirituale che vivremo in questo Anno Santo si esaurisca in un moto auto-consolatorio.
Questo atteggiamento sarebbe estraneo alla più autentica spiritualità cristiana, e in ultima analisi anche illusorio e deludente, perché finirebbe con l’esaurirsi insieme con il moto sentimentale che lo aveva generato.
Il richiamo discreto ma costante delle opere di Oikonomoy a una dimensione trascendente evita al contempo che i temi affrontati – violenza, guerra, immigrazione, povertà – si riducano a una forma di denuncia sociale, che pur meritoria difficilmente raggiungerebbe le altezze dell’arte. La sola denuncia non sazia comunque il cuore dell’uomo: la trascendenza non è una fuga ma l’unica prospettiva nella quale la drammaticità dell’esistenza non ci opprime apparendoci ineluttabile e senza redenzione. È solo nell’apertura a una visione trascendente che possiamo trovare efficaci forme di azione nella nostra realtà terrena.
Il riferimento costante alla classicità ellenica e romana e all’arte cristiana ci illumina infine chiaramente sulla visione dell’autore. Questo però avviene in maniera non predicatoria ma allusiva e simbolica, permettendo sia ai credenti che ai non credenti di lasciarsi toccare dal tema della speranza, anzi di farsi «pellegrini di speranza», come auspicato da Papa Francesco nella bolla di indizione di questo Anno Santo Ordinario 2025 «Tutti sperano. Nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene, pur non sapendo che cosa il domani porterà con sé». L’imprevedibilità del futuro, tuttavia, fa sorgere sentimenti a volte contrapposti: dalla fiducia al timore, dalla serenità allo sconforto, dalla certezza al dubbio. Incontriamo spesso persone sfiduciate, che guardano all’avvenire con scetticismo e pessimismo, come se nulla potesse offrire loro felicità. Possa il Giubileo essere per tutti occasione di rianimare la speranza» (Spes non confundit).