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L'iconografia di San Giorgio evoca sempre una lotta senza quartiere contro il drago. Come ritenerla un dato puramente leggendario? Ognuno di noi ha il suo Drago, contro cui lottare: sono le paure, le ansie, il riconoscimento del male che alberga dentro di noi, e che pure - quando davvero ne percepiamo l'esistenza -  avvertiamo come estraneo a noi, siamo fatti per un destino di gioia e di compimento. Ma il timore più grande, quello più distruttivo di ogni altro, è - come dice la preghiera finale della liturgia bizantina - la paura che questa presenza del male prenda il sopravvento. E' quanto anche il quadro suggerisce, costruito come è sulla dominante del colore rosso.

Un rosso che diviene simbolo di una rabbia incontrollata, di una energia primordiale e furiosamente distruttrice che pare diffondersi, contagiandola, per tutta la terra, giungendo fino a lambire il mare e la città rimasta sullo sfondo.

In questo panorama di sofferenze e difficoltà, cogliamo tutto il valore del testo liturgico e poetico, che inneggia a San Giorgio come a colui che vive la sua missione di contrasto del male, Innanzitutto reinfondendo continuamente ai fedeli quella fiducia grazie alla quale si supera il tremendo scoraggiamento che uccide le anime, consideriamo l'ampiezza della diffusione della malvagità e della sofferenza. E che non rappresenta, per fortuna, l'ultimo orizzonte del reale: c'è un Martire, un testimone, che viene inviato da Dio per lottare al nostro fianco, al fianco di ogni uomo che si conserva aperto all'irrompere di Cristo come presenza viva nella propria vita.


 

O vittorioso Martire di Cristo, salva con la tua intercessione quanti si trovano in ogni sorta di angustie, liberali da ogni sventura e dissipa il tremendo scoraggiamento che uccide le anime, chiedendo per noi grazie ai Misericordia, affinché, salvati dalle tue suppliche, onoriamo tutti con gioia le tue sacre lotte, o Giorgio.

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